Accade con la certezza del sole che nasce l’indignazione dei ciociari per la loro rappresentazione caratteriale nell’alveo affabulato dello spettacolo. E’ successo con cadenza matematica anche per la partecipazione a un programma televisivo dichiaratamente trash com’è il Grande Fratello, questa volta con l’amplificazione di essere in versione “Vip”. L’aggravante è che il personaggio in questione, invenzione di un genio della televisione com’è Bonolis, è noto non per il suo nome battesimale ma per un identificativo che spiega molto esplicitamente l’arcano: “La Ciociara”. I connotati sono quelli dell’immaginario: il seno procace di una balia, i toni della pelle vagamente ambrati, gli occhi ampi e scuri, la vita stretta come modellata da un busto, i fianchi copiosi, le gambe tornite. E’ lo stereotipo della donna ciociara, quella dei grandi pittori ottocenteschi, quella dei grandi fotografi del primo novecento. Una bellezza canonica per i gusti di quei tempi che ha fatto delle ciociare, per lungo tempo, le modelle più ricercate e famose. Inoltre ella, la Ciociara, si esprime nell’italiano imbalsamato dall’emigrazione, quella lingua tramandata, senza le contaminazioni dei decenni, che i suoi nonni si sono portati lontano, che le hanno trasmesso e che lei riproduce con il solo difetto delle inevitabili storture fonetiche di chi è nato all’estero.

Orbene, ancora una volta quel che il mondo dello spettacolo accetta, importa e vuole non è un essere umano che sia nato in Ciociaria ma il “carattere” nel senso proprio del teatro e del cinema. Esso è fatto in un certo, preciso modo. Lo spettacolo vuole il siciliano geloso e omertoso, il sardo come un pastore riottoso, il romano scanzonato e fannullone, il ligure avaro e inospitale, il veneto tonto e gondoliere, l’emiliano rubicondo e godereccio, il lombardo (non il milanese che deve essere operoso e insensibile) ignorante e razzista, il napoletano simpatico e truffaldino e via di seguito. Così il “ciociaro” deve essere rozzo ma furbo e la ciociara deve essere come Gina Lollobrigida nei celeberrimi film con De Sica: di una bellezza abbondante, di invincibile fierezza anche nella postura e irragionevole improntitudine. E’ evidente che i siciliani, che vantano tra gli uomini di cultura più importanti di sempre, non siano tutti conniventi mafiosi ossessionati dalle corna, che a Roma non ci siano solo imperituri perdigiorno e che i milanesi non siano tutti arcigni uomini d’affari. Non per questo insorgono a ogni gag televisiva che riguardi i loro “caratteri”. E’ altrettanto evidente, e da un po’ comincia ad essere anche noto, che in Ciociaria, questa terra priva di precisi confini, non ci siano solo pastori e balie e che, anzi, il Lazio aggiunto sia terra di antichissima sapienza, incredibilmente florida di uomini e donne eccellenti in quasi tutte le discipline, la cui concentrazione distribuita nei millenni fa di questo territorio tra i più ricchi d’intelligenze. Tuttavia non sono stato mai d’accordo con coloro i quali asseriscono che le macchiette di Nino Manfredi abbiano rovinato l’immagine della Ciociaria quando la rappresentava in versione agro-pastorale, perché la Ciociaria è innegabilmente anche una terra di antica sapienza pastorizia, un valore che, anzi, oggi si cerca disperatamente di recuperare dopo le ingiurie di una dissennata campagna di colonizzazione industriale che ha trasformato le nostre fiorenti campagne in lande desolate abitate da pastori senza pecore. C’è stata per troppo tempo, ed è questo il problema, una carenza di comunicazione delle qualità della nostra gente aldilà degli stereotipi, ma questo non si può certo attribuire agli attori, ai caratteristi o al mondo dello spettacolo.

Non è proprio il caso, dunque, di continuare sulla china, questa sì molto provinciale, d’infierire su Alessia Macari, che ho il piacere di conoscere, che è una persona perbene e anche una professionista seria, la quale, come la “seminatrice” che campeggia su tutte le monete e i francobolli francesi, non è una scienziata ma è “la ciociara”.