Il Lazio è la regione  a maggiore tendenza renziana. Almeno questo si evince dal numero di comitati civici che sono stati aperti da quando l’ex segretario del Pd ha lanciato l’iniziativa dalla Leopolda. Secondo quanto scrive il Messaggero sono 32 sui 400 comitati “Ritorno al Futuro” già formati e conterebbero in totale qualcosa come 3000 iscritti dal Piemonte alla Sicilia.
Se si tratta di un preparativo alla scissione o meno, però, nessuno lo ha ancora capito perché gli esponenti renziani lo negano ma nessuno gli crede. In primo luogo lo nega Scalfarotto che della faccenda dei comitati è il responsabile.
Il risultato è una confusione micidiale nel partito nel bel mezzo dell’agone congressuale e che continua a far parlare di se soprattutto per questo. C’è un motivo pratico e uno recondito per continuare a parlare del Pd. Il primo è facile facile: il Pd è un partito che genera a ripetizione cronaca politica e permette di riempire le pagine. Difficile poi che qualcuno le legga, tranne quelli del Pd ovviamente. Il secondo, per impegnati romantici, è condito dalla speranza che da quelle parti prima o poi si ricominci a parlare di politica, quella che appassiona, che accende gli animi, che fornisce prospettive “giuste” per le quali impegnarsi. Questo secondo motivo, deluso da anni, è sempre meno frequentato e non perché ci siano meno appassionati delle atmosfere di un qualche pensiero riconoscibile ma perché sempre in maggior numero capiscono che è meglio passare il proprio tempo mentale altrove. Magari a rileggersi i pensatori del novecento, anche qualsiasi, e confessare solo a se stessi e sottovoce che sì, prima o poi il ciclo storico tornerà dalle parti dell’intelligenza.

L’ennesima saga congressuale del Partito Democratico è partita con un appiattimento scoraggiante. Diciamolo pure che non circola un’idea che sia una. Tutti i candidati si spellano la lingua nei salotti televisivi o nelle riunioni auto celebrative a ripetere tre concetti elementari: 1) “se l’elettorato ha conati di vomito quando si parla del Pd qualcosa evidentemente abbiamo sbagliato”. 2) “Bisogna cambiare completamente questo partito ma non ha senso cambiarne il nome”. 3) “Il Pd deve diventare inclusivo, una vasta alleanza che riunisca chiunque si senta riformista, civico, Sindaco”. Tutti dicono le stesse cose. Queste.

Inoltre l’elettorato, secondo una convinzione completamente idiota, dovrebbe essere interessato da un elemento immanente: ci sarà un candidato alla segreteria che supererà alle primarie il 50% oppure no? Fiumi d’inchiostro su questa minchiata.

L’altra, come dicevamo, è: che farà Renzi? Ha detto che vuole andare oltre il Pd ma anche che non lascia il Pd. Davvero appassionante come rebus. Egli non ha un candidato alla segreteria del partito ma il candidato dei renziani è Minniti, uno che, sia chiaro, non è il candidato di Renzi. Fantastico e davvero avvincente! E’ il primo caso di offesa comica dell’intelligenza dell’elettorato.

Un dato di novità c’è: superata l’insuperabile dicotomia tra ex democristiani e ex comunisti. I due candidati considerati più competitivi per la segreteria nazionale, cioè Minniti e Zingaretti, sono entrambi ex comunisti. Con ogni probabilità dunque il prossimo segretario nazionale del Pd sarà un ex comunista. Una domanda: i renziani sanno che stanno per votare il noto braccio destro (anzi sinistro) di D’Alema?