Nicola Zingaretti ha messo in conto che la sua seconda legislatura alla guida della Regione Lazio può non durare a lungo per effetto dell’anatra zoppa, ma anche che può tirare avanti abbastanza per effetto dell’anatra troppa, quella che tanti degli eletti alla Pisana non vogliono veder volare via dal proprio piatto. Per questo ha sfidato gli sfiducioni a fare presto, una volta capito che il centrodestra non si sarebbe mosso come una falange ma, come al solito, avrebbe dovuto fare i conti con la voglia dei consiglieri di non abbandonare il seggio e i suoi vantaggi, e ciò senza divergenze di colore o appartenenza.

L’anatra troppa, infatti, è un volatile assai più forte e resistente di quella zoppa, giacché trova sempre un ventiseiesimo di turno dalla sua parte.

E’ per questo che persino il pluriosannato Capitano Salvini vede sbarrarsi la strada verso la conquista del Lazio (che ha vagheggiato e continua a vagheggiare) da un consigliere qualsiasi (in questo caso proprio un ex leghista, ma potrebbe essere chiunque). Quel consigliere al quale, anche se non lo confesserebbero mai, tutti i colleghi tributerebbero in coro un monumento all’ingresso della Pisana, con l’iscrizione “Al 26esimo che s’è immolato per la salvezza di tutti noi”. Altri, più vocati alle battaglie solidali, opterebbero per un “Siamo tutti il 26esimo”.

E dire che la faccenda Lazio stava già titillando l’ugola dei politologi più sopraffini poiché, in effetti, logica vuole che ci si chieda il perché è venuta fuori la mozione di sfiducia a Zingaretti proprio ora, a maggior ragione se non aveva alcuna speranza di riuscita. Per non morire di frustrazione da politica pecoreccia, insomma, è essenziale iniziare un ragionamento, chiedersi perché proprio ora il ritorno della mozione di sfiducia. E’ che quel che aveva poco senso per i Cinquestelle all’indomani del voto ora ce l’avrebbe e pure tanto per la Lega. La situazione politica è rapidamente mutata in questi mesi e il Lazio è un’ottima coltura in cui affondare alcune cartine di tornasole anche in chiave nazionale: il rapporto Lega-M5S sempre più conflittuale, la possibilità o meno di tornare a un centrodestra, il rapporto tra Pd e M5S. Chi ha pensato che ci fosse solo il Lazio in questa partita evidentemente deve essersi distratto e che i principali quotidiani, questa mattina, abbiano relegato la faccenda in pezzetti in basso nella pagina e nelle retrovie del giornale, quando non  addirittura in cronaca di Roma, conferma che la distrazione sia diffusa oltremodo. Ma andiamo per ordine:

Il governo Legastellato ha giovato a Salvini e sta logorando i Cinquestelle. Fatto sta che la Lega ha visto crescere il suo 17% ottenuto alle elezioni fino al 30% abbondante odierno, mentre il M5S che stava intorno al 30% ora è al 26% con la tendenza a scendere. La Lega, insomma, ha il coltello dalla parte del manico e in caso di implosione della maggioranza di governo ha un ottimo paracadute: il centrodestra si può ricostruire, ora vanta il 44% più che sufficiente per andare a governare e nessuno potrebbe ora discutere sulla leadership di Salvini, come accadde per le elezioni di sei mesi fa. Salvini, insomma, non si scomporrebbe punto se l’accordo con i grillini dovesse saltare, avrebbe tutto l’interesse a capitalizzare l’attuale popolarità e a tornare al voto. Per questo, visto che avrebbe la possibilità di ottenere la regione di Roma con il voto subito, la prossima primavera, avrebbe tirato dritto per la sua strada, avrebbe visto il ricomporsi del  centrodestra e se i Cinquestelle avessero salvato Zingaretti il casus belli sarebbe stato difficile da ignorare a tutti i livelli. Lombardi e amici, insomma, avevano una grossa gatta da pelare: salvare Zingaretti entrando nella sua giunta (aprendo dunque il discorso di un accordo di governo col Pd e tutte le conseguenze del caso) oppure farlo saltare insieme alle altre opposizioni costruendo però un’autostrada per il vincente Salvini.

E ALLORA… IL CERINO IN MANO AL CENTRODESTRA NON RINATO (ALMENO PER ORA)

La presa di posizione del 26esimo ha tolto le castagne dal fuoco anche alla Lombardi e amici, perché ha fornito un’ottima via d’uscita dall’angolo in cui si trovavano. L’ha tolta a Sergio Pirozzi (dichiaratosi a sua volta 26esimo qualora ci fossero stati gli altri 25) in un girotondo di velate accuse e sospetti reciproci che però, a questo punto, il cerino in mano lo lasciano proprio al non rinato centrodestra (almeno per ora), sbeffeggiato dalla Lombardi come congrega al solito sfilacciata.

MA A ZINGARETTI NON SAREBBE ANDATA POI MALE QUELLA TROVATA

La possibile marcia indietro dei pentastellati dalla mozione di sfiducia di cui si vociferava insistentemente nei corridoi della Pisana nelle scorse era vista con cupidigia dal vice presidente Smeriglio. Anche senza un accordo di governo nel Lazio tra Pd e Cinquestelle il semplice fatto di veder sbarrata la strada a Salvini e al centrodestra avrebbe avuto un profondo significato sia per i Cinquestelle sia per Zingaretti, nelle more della campagna per salire al Nazareno e alfiere dell’inclusione/allargamento. Insomma Zinga avrebbe (e tuttora in qualche modo vede) dalla sua parte anche la prospettiva di un dialogo aperto coi grillini. Zingaretti, in sintesi, non ne sarebbe uscito solo “salvo” alla Regione ma forte di un appeal verso i delusi a sinistra che hanno tributato al M5S fiotti di consensi. Questione che, visto come stanno andando le cose, resta in piedi. In fondo il permanere o meno nell’ufficio di via Cristoforo Colombo, oltre che del 26esimo è più che altro nelle mani del Movimento 5 Stelle.