Erano  momenti concitati nel Palazzo d’Inferno. Ormai non si parlava d’altro che della Consultona Continentale, quella per la quale lo Zar s’innervosiva persino durante il periodo della Festa (quando la Corte si dovette industriare a inventare la “Bifana”) (leggi qui). Il fatto nuovo era che la Confraternita Legata aveva inviato un messaggero con una proposta clamorosa, cioè di essere rappresentata proprio dallo Zar nella disfida della Consultona. Così avevano riferito i soliti domestici, con versioni non troppo dissimili e ai quattro venti.

 Immediatamente avrebbe iniziato a serpeggiare tra i notabili, specie tra gli esponenti più in vista della Corte, la smania del dopo Zar: “Chi di noi, chi?” si ripetevano. Volevano sottintendere (perché i notabili sottintendevano sempre) “Chi di noi potrà sostituire lo Zar se questi dovesse partire per la Consultona?”, insomma – osavano – chi avrebbe governato sull’Impero in Sua assenza, o, addirittura, chi a Lui potrà succedere? Pare che i saloni del Palazzo fossero continuamente invasi da quei notabili i quali, simili a Proci nella reggia d’Ulisse, avevano preso ad attendere in loco, senza allontanarsi mai per timore di favorire con l’assenza il contendente.

 C’è chi dice che il Gran Ciambellano, in quei giorni, avesse preso ad aggirarsi nei meandri del Palazzo e a passeggiare tra i crocchi dei notabili che si interrogavano, senza sosta, l’un l’altro guardandosi reciprocamente con sospetto. Il plenipotenziario – raccontano – non proferiva verbo e si limitava a camminare con passo lento e cadenzato, ora vicino a questo gruppetto or vicino a quello, recando un sorriso beffardo stampato sul volto.  Il ripetersi ciclico della passeggiata del Gran Ciambellano e la sua maschera – narrano – facevano rabbrividire. Anche perché in cuor loro sapevano bene che il più accreditato all’eventuale successione, sebbene le cronache dell’epoca azzardavano nomi anche un po’ a casaccio e i pretendenti mai se lo sarebbero confessato, era proprio lui: il principe dei salotti.

 Un documento ritrovato di recente nei sotterranei del Palazzo d’Inferno tra le carte di uno scrivano di Corte rivela a che punto fosse giunta la faccenda della successione allo Zar: “Sebbene tutti sperano – scriveva lo scrivano – sanno bene quanto la casata del Gran Ciambellano sia la più potente. Egli, tra l’altro, spinto dalla ben nota e incontrollabile ambizione, è sospettato di ordire per ben altro scopo che non il limitarsi a fungere da Zar (anche perché lo Zar è unico e inimitabile)”. Secondo il rapporto dello scrivano il Plenipotenziario, una volta seduto sul trono, pensava di arrivare a chiamarsi Papa! “Egli, per la legge degli estremi – continuava il documento – è fanatico di San Gregorio detto Magno, il Papa Dottore della Chiesa che predicava l’umiltà. Punta a riunificare i poteri, a trasformare l’Impero in Stato Pontificio. Non pago, mira a trasferirsi nel Quirinale con una nuova Corte, quella che già frequenta tra i colli della Città Eterna”. Pare, da quanto si legge, che il Gran Ciambellano volesse trasferirsi nel Palazzo che riteneva essere stato usurpato al Papato dalla deriva repubblicana che vigeva in quei tempi fuori dall’Impero. E ancora, si continua a leggere: “Non è ignoto ai notabili che il Gran Ciambellano reputi ogni sovrano o casa reale che non sia dell’Impero o dello Stato Pontificio, che abiti a Westminster, a Versailles, Schönbrunn o dove par loro, comunque dei “poveracci” e che il Quirinale dev’essere unica e degna sede del potere non solo spirituale e temporale ma addirittura universale”.

Insomma il Gran Ciambellano era galvanizzato dalle circostanze a lui favorevoli e aveva preso a spolverare il suo stemma, il blasone per il quale reputava di poter aspirare alla reggia dei Papi, quello che recitava: “Mastrangeli” cioè “il Maestro degli Angeli”.