Era un’estate calda e le strade di Roma erano vuote. La città, sebbene fosse di pomeriggio, sembrava dormire, tanto era silente. Con lo storico del cinema Massimo Cardillo e un operatore video che ora non ricordo (e me ne scuso) entrammo nella casa di Carlo Ludovico Bragaglia ai Parioli, all’ora prestabilita: le 17. L’estate, invece, era quella del 1997. Non fu un’intervista, fu molto di più. Un dialogo infinito durante il quale il regista viaggiava avanti e indietro nel lunghissimo tempo della sua vita e sembrava riscoprire quanto fosse stata piena, varia, gioiosa ma anche difficile quando non, addirittura, cattiva. Alle prime domande, visto il tenore delle risposte sempre sorprendenti e ricchissime, tanto da rispondere in un colpo a cento quesiti, sostituimmo dei suggerimenti. Davamo, io e Massimo, il “la” per far ripartire la sinfonia dei ricordi di Bragaglia.

Carlo Ludovico Bragaglia

 

Non ha mai smesso di lavorare

Carlo Ludovico Bragaglia era nato l’8 luglio 1894, cosicché l’estate di quel dialogo favoloso aveva da poco compiuto 103 anni. In quei giorni era intento a dettare a una sua giovane e avvenente collaboratrice le memorie che sarebbero servite per una nuova pubblicazione. Un libretto gradevolissimo di quei racconti era già uscito da qualche mese e l’opera in preparazione ne era un seguito. Ricordo che ce ne volle far leggere qualche passo. Bragaglia ha lavorato fino agli ultimi giorni della sua lunghissima vita.

La lezione di fotografia

Non era la prima volta che incontravo il regista frusinate. Era tornato nella nostra città tre volte negli anni precedenti, in occasione del Festival del Cinema “Comicittà” che al suo nome era stato dedicato. In quelle occasioni avevo già avuto modo di intervistarlo e anche di dialogare con lui. Era stato però in situazioni difficili perché nonostante Carlo Ludovico portasse benissimo il suo secolo di vita, la vista ormai da qualche tempo lo aveva lasciato e l’udito non era più quello di una volta. Naturale che la folla e il brusio lo infastidissero. Nella sua casa, invece, era tutta un’altra cosa. Era molto più tranquillo e disponibile. Era ancora, com’era sempre stato, un istrione un po’ vanitoso. Acconsentì a farsi scattare una fotografia da me ma non prima di aver sorseggiato il suo solito whisky con ghiaccio delle ore 19.  Volle mettersi in posa e volle sedere sul bracciolo del divano per ottenere un’immagine più fiera. Offrì all’obiettivo il profilo a tre quarti che reputava migliore e lasciò cadere mollemente la mano sinistra dal braccio appoggiato sullo schienale (la foto è quella qui pubblicata). Ancora oggi, trascorsi ben 22 anni da quel giorno, ricordo perfettamente il tono della sua voce, seria, preoccupata, professionale di fronte al mio obiettivo.

Mi capita di parlare di quel momento con qualche giovane alle prime armi, desideroso di intraprendere il nostro mestiere. Lo porto come esempio: un regista arcifamoso, fotografo che insieme ai suoi fratelli ha concepito il fotodinamismo futurista e ha cambiato per sempre la concezione dell’immagine, impresario e gestore insieme ai suoi fratelli di teatri che hanno fatto la storia (a Roma il Bagaglino si chiamava Bragaglino in realtà, solo per fare uno degli esempi possibili), che ha diviso il desco stabilmente con le dive, i più grandi attori, registi, pittori, scultori, scenografi e fotografi del 900, era lì a perdere non so quanto tempo con me per farsi scattare una fotografia. Mi disse: “La fotografia è sempre una cosa seria, è quello che resta di te. Vogliamo che resti una schifezza?”.

La foto che vedete a corredo di questo ricordo, in occasione di quello che sarebbe stato il 125esimo compleanno di Bragaglia, lo ritrae a 103 anni nella sua casa di Roma. Molto probabilmente è l’ultima fotografia di Carlo Ludovico.

La sua biografia, in forma breve, a beneficio di chi non lo conoscesse e abbia voglia di diventare un po’ meno ignorante:

(Nato a Frosinone, 8 luglio 1894 – Morto a Roma, 3 gennaio 1998) è stato un regista, sceneggiatore e fotografo italiano.

Terzogenito di Francesco Bragaglia (direttore generale della Casa di produzione Cines) e della nobildonna romana Maria Tassi-Visconti, il nome che gli venne imposto, Carlo Ludovico, era quello di un illustre zio di sua madre, Carlo Ludovico Visconti, esponente della famiglia romana di archeologi ed artisti (tra questi anche Ennio Quirino, archeologo e letterato, esponente del Neoclassicismo e console della Repubblica Romana negli anni 1798-99). Frequentò le scuole elementari a Frosinone, poi si trasferì con tutta la famiglia paterna a Roma, in via di Ripetta; frequentò con gran profitto gli studi classici, ginnasio e liceo, ed anche alcuni anni all’Università degli Studi di Roma La Sapienza per la facoltà di giurisprudenza, negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale. Quindi partecipò alla Grande Guerra, rimanendo gravemente ferito e meritando due Croci di Guerra e la Medaglia di Bronzo al Valor Militare. Riportando la frattura delle costole, fu a lungo ricoverato all’Ospedale militare del Celio, fu riconosciuto “Grande Mutilato di seconda categoria”, e nominato, in seguito, Cavaliere di Vittorio Veneto.
Iniziò, insieme al fratello Arturo, come fotografo e ritrattista di dive del cinema: sono di quel tempo le immagini mirabili di Lyda Borelli e di Leda Gys, di Francesca Bertini e di Italia Almirante Manzini, i numerosi ritratti d’arte di artisti insigni, poeti, giornalisti (basti ricordare Lucio D’Ambra e Marco Praga, Pirandello e Marinetti, Giorgio De Chirico e Alfredo Casella). Il suo spirito innovativo ebbe particolare fortuna già con la fotografia. Fu lui il primo a realizzare pose con chiome al vento (con l’aiuto di primordiali ventilatori), e a “registrare” languidi sorrisi, furtivi ammiccamenti, svenevoli espressioni delle dive del cinema muto. Proprio in questo periodo prese parte, col fratello Anton Giulio, al movimento futurista: la prima celeberrima “Fotodinamica” dal titolo “salutando” fu stampata su una cartolina e poi imbucata dalla stazione ferroviaria di Frosinone nel 1913. I Bragaglia (insieme a Carlo Ludovico, Anton Giulio e Arturo) vollero che la loro città d’origine, Frosinone, fosse in qualche modo protagonista di quei loro straordinari esperimenti.
Nel 1918 con il fratello Anton Giulio fondò la “Casa d’arte Bragaglia”, punto d’incontro di pittori, scultori e cineasti. Quattro anni dopo, sempre con il fratello Anton Giulio , fondò il “Teatro degli indipendenti”, dedicato all’avanguardia e alla sperimentazione, dove tra il 1922e il 1930 firmò oltre venti regie teatrali. A partire dal 1930 si dedicò al cinema, che proprio in quel periodo passò dal muto al sonoro. Entrò alla Cines come fotografo: passò quindi al montaggio, alla sceneggiatura ed ai documentari. Esordì come regista nel1933 con O la borsa o la vita, tratto dall’omonima commedia radiofonica, nel quale fuse come “espressione artistica” audaci esperimenti di contaminazione di diversi moduli dell’avanguardia. In seguito, a Bragaglia venne consentito di realizzare unicamente opere commerciali, cui diede però la sua esperienza e la sua sicura mano di regista.

Telefoni bianchi

Divenne maestro del filone dei telefoni bianchi specializzandosi particolarmente nel genere comico e realizzando ben sei film con Totò. Ma la rilevanza, se non altro commerciale dei suoi film è documentata dal fatto che egli si trovò a dirigere negli anni trenta gli attori più importanti dell’epoca. Il regista ha conservato inalterata la capacità di evadere dalle catene commerciali e c’è riuscito con La fossa degli angeli definito dal Filmlexicon il suo capolavoro.
Nel 1939 firmò Animali pazzi, secondo film interpretato da Totò e primo dei sei che la coppia realizzò insieme. Si cimentò in vari generi, anche se ebbe successo soprattutto con le commedie brillanti. Oltre a Totò, Carlo Ludovico Bragaglia diresse i più importanti attori italiani fra i quali i fratelli De Filippo (Eduardo, Titina e Peppino in Non ti pago!), Vittorio De Sica (Un cattivo soggetto) e Aldo Fabrizi (I quattro moschettieri). Abbandonò il cinema negli anni sessanta, dopo aver firmato 64 film in 30 anni di attività; nell’ultima parte della sua vita si dedicò soprattutto alla poesia.
Bragaglia, regista prolifico, portò nel cinema italiano l’amore per il nonsense e il surreale e moduli di lavoro di tipo efficientista, che già comuni negli altri paesi erano sconosciuti in Italia, dove il cinema continuava ad avere connotazioni artigianali.
Negli anni 50 diresse anche qualche commedia televisiva negli studi della RAI di Roma.
Nel 1994, in occasione del suo centesimo compleanno, presenziò alla retrospettiva che gli fu dedicata dal Festival di Locarno e anche l’anno successivo al Festival del Cinema comico della sua città natale, Frosinone, che a lui era dedicato. La sua ultima fatica fu un documentario sull’isola di Capri, che amò particolarmente. Si spense nel 1998, alla veneranda età di 103 anni. Riposa nel cimitero cattolico di Capri.

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